L’avvelenatrice – Alexandre Dumas

Titolo: L’avvelenatrice

Autore: Alexandre Dumas

Editore: Abeditore

  • Copertina: ♥♥♥♥♥/5
  • Storia: ♥♥♥♥♥/5
  • Storia: ♥♥♥♥♥/5

 

 

Siamo in Francia, nel XVII° secolo.

Il cavaliere Gaudin di Santa-Croce, capitano del reggimento di Tracy, viene improvvisamente rinchiuso nelle segrete della Bastiglia.

Il mandante dell’accusa è il ministro della polizia Dreux d’Aubray. Costui è il padre della bellissima ventottenne marchesa di Brinvilliers.

 

“…era in tutto lo splendore della beltà: di statura piccola, ma di forme perfette, aveva volto tondo, d’incantevole leggiadria. Le sue fattezze …sembravano quelle di una statua che, per un potere magico avesse momentaneamente ricevuta la vita e ciascuno poteva prendere per il riflesso della serenità di un’anima pura quella fredda e crudele impassibilità che non era se non una maschera per coprire il rimorso”

 

La ragazza, sposata, è l’amante del cavaliere Santa-Croce. I due si frequentano a dispetto delle regole sociali, scandalizzando gli ambienti dabbene e rendendo il padre di lei furioso.

Il povero vecchio non sa che, l’allontanamento momentaneo del Santa-Croce dalla figlia, non è una vittoria ma l’inizio della sua condanna a morte.

In prigione infatti il ragazzo conosce Esili, artista di veleni.

L’uomo, cupo e pallido alchimista del nulla, fa della sua arte il suo maggior diletto e Santa-Croce ne diventa discepolo fedele.

Scontata la pena, il ragazzo torna senza esitare dalla sua amante ed insieme iniziano a sperimentare i nuovi veleni su povera gente innocente per mettere a punto una “ricetta” che possa cambiare le sorti del loro destino.

E così è.

Prima d’Aubrey padre, poi i suoi fratelli.

Uno dopo l’altro, dopo atroci sofferenze e dolori non alleviabili, muoiono. La marchesa, dotata da madre natura di un volto che, alla perfezione, maschera emozioni di ogni tipo, non lascia mai trapelare nulla che possa far pensare ad un suo coinvolgimento.

A giocare col fuoco però si rischia la bruciatura. Così Santa-Croce, sempre più coinvolto nella preparazione del veleno perfetto, diventa da carnefice a vittima del suo stesso operato.

La cassetta trovata nel suo gabinetto alchemico rivela il coinvolgimento della marchesa di Brinvilliers che viene arresta con un abile messinscena.

La donna, nonostante sia posta difronte una confessione scritta di suo pugno in cui si fa rea di numerose colpe ed uccisioni, nega continuamente il suo coinvolgimento adducendo scuse poco solide.

L’epoca storica in cui avvengono i fatti tiene in gran conto onore e costumi sociali che assumono forza di legge se radicati nelle abitudini della comunità. Alla luce di ciò, la confessione rappresenta un documento privato e segreto la cui lettura coatta smorza qualsiasi accusa possa esser mossa contro il trascrittore.

La confessione è un sacramento la cui salvaguardia è indispensabile alla salute eterna.

Entra quindi in gioco la tortura, unico modo per far confessare “spontaneamente” la donna che, sino all’ultimo, spera di farla franca.

Il resoconto di come la marchese di Brinvilliers sia stata torturata, umiliata nella carne e nello spirito, è una testimonianza che all’epoca non faceva scalpore. La gente aspettava con ansia il passaggio del reo verso la pubblica piazza e si compiaceva di renderne il percorso il più disumano possibile.

Di questa donna, così altera e nobile e così profondamente senza scrupoli, è stata proprio questa umiliazione a far cadere ogni reticenza, a scalfire il suo sguardo languido.

Non delle morti provocate bensì delle ingiurie popolari, la marchesa ebbe orrore. Il suo sguardo prima dell’esecuzione della sentenza, si volse a terra per non leggere negli occhi degli spettatori la sua dignità ferita.

Un piccolo “velenoso” libricino che ci parla di un fatto storico non tanto lontano da vicende simili che non hanno età ed ancora oggi si leggono su altri tipi di carta.

Dumas raccolse alcuni incarti originali e la sua curiosità lo spinse a studiare e poi raccontare la storia di un’assassina.

Ricercato nello stile, prezioso nell’impaginazione e nel carattere, questo racconto è una vera chicca.

E’ una lettura di compagnia che , a rifletterci, perde il suo carattere romanzesco se si pensa a quanto di vero ci sia, soprattutto per quanto riguarda le procedure processuali.

Ai tempi dell’università abbiamo approfondito molto la prassi giuridica nei processi inquisitori dove, seppur in riferimento alla credenza della stregoneria, l’uso della tortura era una metodica consolidata.

Prive di vestiti, impossibilitate a difendersi nel corpo come nelle azioni, le donne in particolare hanno subito umiliazioni e violenze inaudite. La marchese sicuramente meritava una pena per quanto fatto, discutibile è la modalità in cui questo sia avvenuto.

Consigliato non solo per il contenuto di cronaca d’epoca ma anche per la forma che regala alla libreria un tocco particolarmente…pericoloso!

 

 

 

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